Maurzio Militello


Qualche considerazione sulle opere di Johannes Pfeiffer con un riferimento particolare all'installazione effettuata all'interno del Teatro Bellini di Acireale, Ottobre 2024

Gustave Doré, L’Empireo
Cotal qual io la lascio a maggior bando “Possa io rinascere interiormente nel bello”
che quel de la mia tuba, che deduce
l’ardüa sua matera terminando,36 Platone, Fedro
con atto e voce di spedito duce
ricominciò: «Noi siamo usciti fore
del maggior corpo al ciel ch’è pura luce:39
luce intellettüal, piena d’amore;
amor di vero ben, pien di letizia;
letizia che trascende ogne dolzore.42 “L’ordine bellissimo dato da Dio alle cose”
… Tommaso d’Aquino d’Aquino, D.N

O isplendor di Dio, per cu’ io vidi
l’alto trïunfo del regno verace,
dammi virtù a dir com’ ïo il vidi!99
Lume è là sù che visibile face
lo creatore a quella creatura
che solo in lui vedere ha la sua pace.102
E’ si distende in circular figura,
in tanto che la sua circunferenza
sarebbe al sol troppo larga cintura.105
Fassi di raggio tutta sua parvenza
reflesso al sommo del mobile primo,
che prende quindi vivere e potenza.
Dante, Paradiso, c. XXX

Una favorevole congiuntura astrale mi ha concesso inaspettatamente di conoscere
JOHANNES PFEIFFER proprio in occasione della mostra avviata il sabato 26
ottobre 2024, nei locali del Teatro Bellini di Acireale. Di questa conoscenza sono molto
onorato e rallegrato. E’ nata subito un’empatia tra noi, una risonanza per simpatia, se
volessimo adottare un termine caro ad Aristide Quintiliano … questo comune sentire,
trasformava subito la “figura di pensiero” in “figura di parola”, per usare
un’espressione cara ad Ananda Kentish Coomaraswamy, autorevole orientalista e
studioso del pensiero tradizionale.
J. P. è un artista sensibile all’aspetto metafisico dell’esistenza, dotato di un singolare
intuito spaziale, capace di percepire e penetrare il “genius loci”, l’emotività spirituale,
rievocando nella modernità la “memoria dell’antico”, parafrasando il titolo di una
importante opera di Salvatore Settis (“Memoria dell’antico nell’arte italiana”), che
molti anni insegnò alla “Scuola Normale Superiore di Pisa”, di cui fu anche Direttore.
Come Porfirio (in “Peri Agalmathon”, Sui simulacri) Johannes Peiffer è capace di
attribuire “forme visibili” a ciò che è invisibile …
L’arte di Johannes Pfeiffer può considerarsi una forma d’arte totale che
platonicamente implica, più che una bellezza estetica, che rimane vincolata alla
buccia, al mondo sensibile, corporeo, una bellezza morale, che penetra al “nocciolo”,
discendente dal “buono” (agathon) … Platone ci ricorda, infatti, che “’l’idea del buono
… è causa di scienza e verità” (cfr. Plat., Rep., L. VI, 508e; cfr. Platone, Repubblica, a
cura di Mario Vegetti, BUR, p. 829).
Dualisticamente, Luce ed ombra, sono gli elementi conoscitivi essenziali costituenti
l’opera di J.P.
L’intento di J.P. assomiglia tanto a quello del platonico passo della “teoria della linea”,
punto nodale della platonica teoria gnoseologica, secondo la quale i geometri,
quando descrivono il quadrato nella sua forma geometrica visibile sono consapevoli,
e certi, che esso vive originariamente nella forma del “puro pensiero”, ovvero quello
della Forma “in sé”, determinando il dualismo “Sfera del noetico-Puro pensiero/Sfera
del visibile-Forma visibile” (cfr. Plat., Rep., L. VI, 509d segg.; cfr. Platone, Repubblica,
a cura di Mario Vegetti, BUR, p. 831 sgg.), come Spirito e corpo.

“La geometria è infatti conoscenza di ciò che sempre è”
Platone, Repubblica, L. VII, 527 b-c
(cfr. Platone, Repubblica, A cura di Mario Vegetti, BUR, p. 881)
In particolare, nelle due opere “Naufragio” (Fig. 2) e “Pietre filosofali” (Fig. 3), è
apprezzabile lo stesso intento. In quest’ultima opera, le “pietre”, sembrano sospese
tra le due sfere… quella del visibile/corporea e quella
dell’invisibile/noetica/metafisica, luogo del divino; in fondo le pietre, ogni pietra,

rievoca la presenza (parusia) di Dio, prima ancora di diventare statua, e quindi come
rammenta Proclo “figurazione del divino” vera e propria, “betilo” (etimologia
semitica, bēth-ēl "dimora del dio"; v. betel), o “omphalos” (in greco
ὀμφαλός omphalòs, ossia "ombelico", pietra sacra), vive in una dimensione aurorale,
arcaica, colta da J.P., in una semplice pietra.
Nelle “Pietre filosofali” (Fig. 3), sembra di vedere, congelato in un istante senza
tempo, l’arcaico racconto tradizionale che attribuisce l’erezione della mura dell’antica
città di Troia al potere vibrazionale, quello della “risonanza”, insito nella musica
prodotta dalla lira del dio …

La luce è suono, quindi Musica …
“E Salomone disse: o uomini che siete stati istruiti al linguaggio degli uccelli e colmati
d’ogni cosa”

In uno scritto attribuito a Origene, pervenutoci per tramite di San Gregorio
Nazianzeno e San Basilio Magno, dal titolo “Filokalia”, si legge:
“… venga poi uno istruito nell’arte musicale divina come Mosè…”.
“Le cause della Musica sono insite nell’anima universale che da esse è appunto
costituita; a sua volta poi, l’anima universale dispensa a tutti gli esseri la vita (…). E’
logico dunque che il cosmo vivente sia rapito dalla Musica e la causa è che l’anima
celeste, da cui l’Universo riceve vita, ha preso origine dalla Musica”
Macrobio, (Somnium Scipionis, II, 3, 11)
“Amor unius inextinguibilis”, Amore per l’Uno inestinguibile.
Proclo, In Parmenide, VII, 54, 21
(cfr. Werner Beierwaltes, Proclo, I fondamenti della sua metafisica, Trad. di Nicoletta
Scotti, Intr. di Giovanni Reale, Vita e pensiero, Univ. Cattolica del Sacro Cuore, Milano
1990, p. 340 sgg.).
Esso (l’Eros, l’Amore), “è per sua essenza “inesauribile amore che porta all’uno” (cfr.
Werner Baierwaltes, op. cit. p. 340 sgg.)
J.P. parla proprio di Amore, descrivendo le sue opere come frutto di questo
“elemento motore dell’ascesa” che lo conduce, che ci conduce, all’Uno, a Dio …
In definitiva le opere di J.P. nascono dal desiderio vivissimo, e purissimo, di istituire
un ponte tra immanenza e trascendenza… tra l’uomo e Dio … e questi tubuli sembrano
lanciarsi dal piano della realtà manifesta, immanente, per approdare alla realtà
trascendente, al divino, anelando la possibilità dell’assimilazione a Dio (ομοιωσιν θεω,
omoiosin Teo) (cfr. Werner Beierwaltes, op. cit., p. 9) vagheggiata dagli antichi filosofi
e descritta da Proclo nel passo dianzi citato.
Questa tensione è particolarmente apprezzabile nell’opera “Zwischen Himmel und
Erde”, di J.P., del 2011, realizzata all’interno della “Church St. Lukas, Munique,
Germany” (Fig. 1).
Quest’opera ricorda tanto l’iconografia tradizionale correlata alla “Scala di Giobbe”, e
come la scala, del basso rilievo di Michelangelo, dall’omonimo titolo (Madonna della
Scala), consente ai fedeli di salire al cielo …
Questa ascesi, incarnata dai tubuli in tensione, è l’emblema della ricerca, instancabile
della Verità … e della Bellezza che è in Dio … caratterizzante l’intiero cammino
dell’uomo … verso la Vera Bellezza, del tutto interiore … che, secondo il dettato
dell’ontologia platonica, è “bontà”, ovvero il “vero bene” (alethos to agathon).
L’uomo, secondo la tradizione autentica, sugellata e sigillata dall’Apostolo Paolo in
1Cor.13, è costituito dal composto ternario: “spirito, anima e corpo” (1Cor.13),

pertanto, non può accontentarsi della sola bellezza corporea, esteriore, che rimane
pur sempre riflesso della bellezza divina, ma anela a qualcosa di più stabile (bebaiote),
quella insita nell’ “essere” (ousia) … Platone vagheggia in Fedro:
“possa io rinascere interiormente nel bello”
Platone, Fedro, 279b
(cfr. A. Kentish Coomaraswamy, Il grande brivido, Adelphi, p. 35).
E l’espressione di Seneca, che riguarda la “gioia interiore”, che proviene cioè
dall’interno e non dall’esterno, quindi divina, poiché proviene dall’alto, si pone sullo
stesso piano:
“…nolo tibi umquam deesse laetitiam. Volo illam tibi domi nasci: nascitur si modo
intra te ipsum fit.”
Non voglio che mai ti manchi la gioia.
Voglio che quella ti nasca in casa: nasce se solo si forma dentro te stesso.”
Seneca-Epistula ad Lucilium XXIII
Sempre sullo stesso piano si pone l’espressione evangelica:
“In verità, in verità ti dico, se uno non rinasce dall'alto, non può vedere il regno
di Dio”

Gv. 3, 3
Un afflato ontologico, e quindi teologico, pervade e informa tutte le opere di J.P.
Per ritornare al tema dell’eros, dell’amore, di cui parla J.P., e descritto dalle sue
opere, esso ci libera dalla schiavitù del tempo …
“La povertà in noi è dunque causa dell’aporia (spaesamento, n.d.c.), e l’eros ci eleva
alla ricerca della perfetta conoscenza”
Proclo, In Alcibiade, 236, 4-6
(cfr. Proclo, Werner Beierwaltes, op. cit., nota 42, p. 239).
Il grande spazio collocato all’interno del Teatro Bellini di Acireale, che avrebbe dovuto
accogliere la platea dello stesso, che non è mai stata realizzata, rappresenta il teatro
dell’installazione di J.P.
Questo grande spazio, immerso nell’oscurità, rievoca, quello “spazio”, quel
“ricettacolo”, che gli antichi filosofi Greci denotavano con il termine di “korà”…
Quello spazio all’interno del quale regnava il caos primordiale …
“Ordo ab cao”, l’ordine, operato dal dio, dal caos primordiale …
Ordine promosso dall’azione ordinatrice del “demiourgos” (Artigiano) platonico,
letteralmente il “Grande Architetto Costruttore dell’Universo”.
All’interno di questo oscuro contenitore di inestricabile caos, una luce fornisce
speranza … quella prodotta dai tubuli luminosi di J.P.
Guide di onde elettromagnetiche … luce … che indica un percorso … una via … la via
della comprensione … della comprensione di questo stupefacente “tutto armonico”,
per usare un’espressione cara agli antichi filosofi, nel quale siamo tutti immersi …
Questo “tutto armonico” ci conduce alla conoscenza di Dio… a quell’unico Dio a cui
convergono tutte le tradizioni particolari … a quell’ Apollo citaredo … a cui Dante
rivolge la sua invocazione, utilizzando l’espressione “O buono Appollo”, nel sublime
incipit del primo canto del Paradiso …
“Ex divina pulchritudine esse omnium derivatur”, dalla divina bellezza, che è bontà, la bellezza del creato
Tommaso d’Aquino, D.N.

I tubuli luminosi di J. P. sembrano dare vita, rievocare, in un gioco cosmico, il “Fiat
lux” della tradizione cristiana, che corrisponde all’ “OM” della tradizione Vedica e
Induista, la cosiddetta “Vibrazione primordiale universale”. Tutto è luce, quindi
suono, e, per converso, tutto è suono, harmonia, quindi luce.
“Ars est recta ratio factibilium” (cfr. Tommaso d’Aquino, Contra Gentiles, lib. 1 cap. 93, n. 4; cfr. A.K.
Coomaraswamy, …)
Questa espressione, attribuita a Tommaso d’Aquino è condivisa da tutti i filosofi
antichi, che appartengono a quella catena sapienziale tradizionale che parte dagli
albori dell’umanità, e quindi del filosofare, arrivando a Pitagora, Parmenide, Eraclito,
Empedocle, Platone, Aristotele, Agostino, Porfirio, Proclo, Tommaso d’Aquino, a cui
potremmo aggiungere Dante, senza tema di smentita, solo per citarne alcuni,
arrivando sino ai nostri giorni, spiega il profondo legame tra bellezza, intesa non solo
come fatto estetico, percettivo (aisthesis), che è solo un tramite, ma come fatto
sostanziale, legato al concetto platonico di bello come buono (agathon) (cfr. Platone,
Repubblica, L. VII, 518 c-d), secondo il quale la bellezza è riconducibile alla luce
emanata da “ciò che sempre è” (ousia, essere; “eon” per Parmenide; il divino) “e
questo noi diciamo essere il buono” (cfr. Platone, Repubblica, L. VII, 518 c-d; cfr.
Platone, Repubblica, Trad. e comm. di Mario Vegetti, BUR, p. …).
Appare quindi chiaro come l’espressione dell’aquinate esprima il profondo legame tra
Bello (kalos) – Buono (agathos) – Giusto (dikaion) e quindi etico e morale. L’arte di J.P.
quindi è sostenuta interiormente da questo principio etico-estetico, sostanzialmente
metafisico, incontrovertibile, trasmesso dagli antichi filosofi, di un’arte che per essere
utile (“non dimandar più che utile ti sia”, Dante), veramente utile, deve essere buona
e seguire la “retta ragione” (“orthon logon”), che è “retta intenzione”, onestà (cfr. A.
K. Coomaraswamy, Il grande brivido, Adelphi).
D’altronde la dottrina Platonica, tra le massime espressioni della dottrina tradizionale,
che è unica (Titus Burckhardt), a cui hanno attinto a piene mani i Padri della Chiesa, è
la dottrina della luce, quella “luce” citata nel famoso passo dell’Apostolo Paolo di
Tarso:
“5 voi tutti infatti siete figli della luce e figli del giorno”
1Tessalonicesi 5
quindi del “Buono”…
“Solo Dio è buono” (Mc 10,18)
E in una Sura coranica si legge:
“Dio è bello perché è buono”
L’adesione, la rispondenza, dell’opera d’arte al Principio del “buono” (agathon),
consente alla stessa di sfuggire al “piacere irrazionale” (edone alogon), citato da
Platone in Timeo, consentendo alla stessa di acquisire uno ‘status’ più elevato, etico.
“L’armonia, che ha dei movimenti analoghi a quelli che si svolgono regolarmente nella nostra anima, non è
stata data dalle Muse a chi, con intelligenza, abbiarapporto con esse, soltanto in vista di un piacere
irrazionale, come ora si crede che in ciò consista la sua utilità, ma come alleata per portare all’ordine
ell’accordo con sé il movimento dell’anima divenuto in noi discordante; e ancheil ritmo ci fu dato dalle stesse
Muse per lo stesso scopo, come un aiuto per correggere la nostra disposizione che manca per lo più di misura
e grazia”
Platone, Timeo, 47 d-e
(cfr. Platone Timeo, a cura di Francesco Fronterotta, BUR, Prima ed. 2003, quarta ed.
2014, p.
I tubuli, simili a corde, di J.P., sembrano mimare le corde della cosmica lira suonata
dal dio musico della tradizione autentica (Apollo citaredo). Il musicista umano imita il
musicista divino … D’altronde Marcel Jousse, gesuita, antropologo, che molti anni
insegnò alla ‘Sorbonne’, scrive:
“L’Anthropos imita l’Universo”
Marcel Jousse
(cfr. Marcel Jousse, Il contadino come maestro, Casa Editrice Fiorentina …).
“… nomi e statue sono per Porfirio, …, concrete visualizzazioni e personificazioni delle
potenze che muovono i fenomeni naturali e ne sono origine, della dynamis che sotto
protiformi aspetti dà impulso all’universo. Tutto risulta armonicamrnte correlato e
soggiacente al potere di Zeus, il dio/cosmo, la cui simbologia metafisica e teologica,
cantata nell’orfico Inno a Zeus riportato da Porfirio, svela i contenuti panteistici
dell’unica, somma deità che genera, nutre e preserva ogni cosa” (cfr. Porfirio, Sui
simulacri, Intr. e comm. di Mino Gabriele, Trad. Franco Maltomini, Adelphi Edizioni,
p. 17). Le creazioni di J. P., come per Porfirio, sono simboli, “figurazioni” dell’aformale,
del metafisico, del “divino”.
La forma-luce utilizzata da J.P., nell’installazione effettuata all’interno del Teatro
‘Bellini’ di Acireale, è quella di ‘tubuli luminosi’ …
Una “Kunst Wollen” quella di J.P. del tutto e in tutto protesa a trovare nel suono la
luce – forma e la luce nel suono – forma … che è harmonia, musica (1)
Nel Frammento in cui Porfirio parla del “Fuoco etereo” (Fr. 2) si legge:
“Il divino è luminoso”
Porfirio, Fr. 2
(cfr. Porfirio, Sui simulacri, Edizioni Adelphi, p. 67)
“L’uomo è solo ombra e respiro”
Euripide
Nell’installazione operata all’interno del teatro Bellini di Acireale J.P. , sviluppa il tema
geometrico del fascio di funi che, dipartendosi dal cerchio, alla base, convergono in
unico punto, in un centro focale assimilabile all’Uno della filosofia tradizionale, e
trasmessa da quella catena sapienziale che dipartendosi dagli albori dell’umanità,
come s’è già accennato, arriva pressoché inalterata ai nostri giorni …
Quindi questa configurazione geometrica, offerta da J.P., ci offre l’opportunità di dire
che:
“La spirale avvolge unitariamente la retta e il cerchio”
Proclo, In Timeo, III, 21, 4.
(cfr. Proclo, Werner Beierwaltes, op. cit. p. 247)
“Proclo ha scritto il Commentario al Fedro ancor prima di quello al Timeo, in cui
spiega il triplice movimento dell’anima …
“L’anima si muove in circolo, in quanto si libera da ciò che è esteriore e si volge a sé
(…, Div. Nom., IV, 9; PG 3, 705 A); si muove come spirale, in quanto viene illuminata
dalla conoscenza divina, non in un’unione estatica, ma in un pensiero progressivo
(…, ibi, IV, 9; PG 3, 705 B); si muove come retta tanto quando procede in ciò che è
intorno ad essa, come anche quando, mossa nel sensibile dai molteplici simboli dello
spirituale, risale alla conoscenza di ciò che è semplice (… , ibi, IV, 9, PG 3, 705 B) (cfr.
Proclo, Werner Beierwaltes, op. cit. p. 248).
Potremmo dire per J.P. ciò che dice Jacques Viret di Claude Debussy:
“Debussy … fa il nuovo con il vecchio”
Jacques Viret
(cfr. Jacques Viret, La Musica occidentale e la tradizione, Metamorfosi dell’armonia, Cura e traduzione
Antonello Colimberti, Simmetria, Collana di studi e ricerche sulle tradizioni spirituali, p. 29).
Questi tubuli luminosi, rievocano, in una qualche misura, le corde della lira,
realizzate con materiale biologico (nervi di pecore o di buoi, ecc.) dagli antichi Greci
e da tutte quelle popolazioni che facevano parte del bacino del Mediterraneo in
Primis l’Egitto… Aristide Quintiliano, in un toccante passo del “De Musica”, istituisce
una relazione analogica tra l’anima, accennando al periglioso e travagliato viaggio
che la condurrà all’incarnazione, e, appunto, le corde di una lira…
Tali tubuli luminosi, promuovono il ricordo un’altra triade procliana:
FINE (telos)
MEZZO (meson)
PRINCIPIO (arche)
Tale triade coincide con la triade cristica:
“sono l'Alfa e l'Omega, il Primo e l'Ultimo, il principio e la fine.”
Apocalisse 22, 12
“Sappiamo e affermiamo che il mediatore tra Dio e gli uomini, l'uomo Cristo Gesù, quanto all'umanità, è
della natura che è pure la nostra; non di natura diversa la nostra carne e la carne di lui, né la nostra anima
di natura diversa dall'anima di lui. Assunse questa natura che ritenne fosse da salvare.”
Agostino d’Ippona, Discorso 174
I tubuli luminosi di J. P., che viaggiano nell’oscurità, che caratterizza la dimensione
manifesta, corporea, quella del perenne divenire, svolgono una funzione ostensiva,
per utilizzare un termine caro a Platone (Cratilo), indicano cioè, agostinianamente, la
“trames, recti itineris” (Agostino, De civitate dei), la via della retta via, cioè quel
punto di convergenza che è il fine (telos) ultimo di ogni nostra azione, chiamato
dalla tradizione platonica “Vero Bene” (alethes to agathon) (cfr. Platone, Repubblica;
Platone, Fedone), che diventerà il “Sommo Bene” della tradizione Cristiana.
Gli stessi tubuli luminosi, disposti a raggera, ricordano tanto quelli in bronzo dorato
utilizzati da Gian Lorenzo Bernini per la “Transverberazione di Teresa d’Avila”,
scultura in marmo e bronzo dorato, realizzata tra il 1647 e il 1652, collocata nella
cappella Cornaro della Chiesa di S.M. della Vittoria a Roma, ma anche la solidità dei
raggi solari raffigurati da Giuseppe Pellizza da Volpedo nella pittura dal titolo “Il
sole”, un olio su tela dipinto dall’autore nel 1904.
Fig. 6 - G.L. Bernini, Transverberazione di Teresa d’Avila, cappella Cornaro della Chiesa di S.M.
della Vittoria a Roma, 1647-1652.
Fig. 7 - Giuseppe Pellizza da Volpedo, Il sole, 1904.

Gli strali luminosi di J. P., quelli in bronzo dorato di Gian Lorenzo Bernini, e quelli di
Giuseppe Pellizza da Volpedo, fanno molto pensare all'effulgente luce d'amore
emanata da Krsna e dal Bhagavad Gītā (in sanscrito “Canto del Divino”, o “Canto del
Beato”), uno scritto filosofico religioso che narra il dialogo tra Arjuna, un guerriero in
conflitto con se stesso, e il suo umile auriga, ovvero il Signore stesso. Testo che ha
sostenuto e che guida da millenni il popolo indiano nella ricerca spirituale che
conduce all’Uno, al Signore.
NOTE
(1) John E. Worrel Keely all’alba della modernità (1875 c.) effettuò un esperimento, forse il
primo. Che nella contemporaneità è denotato con il termine di sonoluminescenza (cfr.
Alessio di Benedetto, All’origine fu la vibrazione, Nexus Edizioni, agosto 2008). E’ il campo
affascinante della “fisica vibrazionale”. Facendo attraversare un’ampolla di vetro, nella quale
era stato prodotto il vuoto, da un fascio di ultrasuoni, questi si trasformarono in luce colorata
dimostrando la bontà degli assunti degli antichi filosofi, in primis Pitagora e Platone, che
parlavano di isomorfismo tra le discipline, o tecniche (technai adelphai) (cfr. Platone,
Repubblica).
Le ‘technai adelphai’, scienze sorelle, erano essenzialmente quattro: Aritmetica, Geometria,
Musica, Astronomia; esse confluirono poi, in epoca Medioevale, ad opera di Marziano
Capella e Boezio, nel ‘Quadrivium’, anche se le discpline erano poi in realtà molte di più;
Marco Terenzio Varrone parla di Nove discipline (Disciplinarum libri IX), a cui
corrispondevano le nove Muse della tradizione grecofona.